DEMOCRAZIA DEL BEN-ESSERE

La democrazia del benessere è la forma di governo che si genera spontaneamente dalle idee del Well-being. In sintesi si potrebbe dire che:
se accetti che una persona che guadagna uno o dieci milioni di euro paghi solo il 43% di tasse, allora ti meriti di andare in pensione più tardi, di pagare la tassa sulla casa, di pagare la benzina più cara ecc.

Vediamo di supportare teoricamente la pesante affermazione che abbiamo appena fatto.
Parlare di democrazia dal punto di vista teorico può essere molto difficile; nell’articolo sul concetto di democrazia, trattiamo le linee generali di questo discorso; in quanto generale può essere condiviso da molti, anche di differenti posizioni politiche.
Il difficile però inizia quando si vuole implementare la teoria in una determinata società. La stragrande maggioranza degli Stati si definisce “democratica”, poi però si scopre che molti di essi sono addirittura semplici dittature.
Gli studiosi si sono impegnati a definire dei gradi di democraticità di un Paese secondo opportuni parametri. Per esempio,The Economist ogni due anni analizza 167 nazioni e valuta il grado di democrazia (Democracy index) con un punteggio da 0 a 10. Nella valutazione del 2010 la Norvegia è risultata il Paese più democratico con un punteggio di 9,80; all’ultimo posto la Corea del Nord con un punteggio di 1,08; l’Italia si trovava al ventinovesimo posto con un punteggio di 7,83 (democrazia imperfetta).
Ovvio che le valutazioni dell’Economist possano essere respinte, se non si accettano i parametri di valutazione, così come si può respingere ogni altro giudizio che quindi vale finché valgono gli assiomi su cui si basa. Per il Well-being
una società occidentale è tanto più democratica quanto più tende a salvaguardare e a incrementare il Benessere Interno Lordo (BIL) dei cittadini.

Così uno Stato che abbia nella sua definizione l’orientamento religioso non è compiutamente democratico perché, di fatto, discrimina chi non appartiene a quella religione. A mo’ di esempio studieremo un Paese che, pur avendo enormi condizioni facilitanti, non è mai nei primi posti dei Paesi dove la qualità della vita è giudicata migliore.
Gli Stati Uniti sono una democrazia?

Stati UnitiLa risposta è semplice: no, al massimo, come l’Italia, sono una democrazia imperfetta. Analizziamo il Paese nell’ottica del BIL (i punti sono in ordine crescente di importanza).
1) Lo Stato non è sicuramente laico. Come spiego ne Il mistero di Dio, è stato eletto un presidente nero, ma oggi un candidato ateo o agnostico non avrebbe nessuna possibilità di essere eletto.
2) La società americana è tutta improntata al conseguimento del successo e della ricchezza, di fatto vedendo come “fallito” chiunque voglia anteporre a quei fattori il tempo libero e la qualità della vita.
3) Ne consegue che il lavoro è visto come opportunità e giustamente si dà importanza alla lotta alla disoccupazione, ma è anche visto come metro di valutazione dell’individuo.
4) La legge non è certo uguale per tutti, il sistema americano, nella sua tronfia presunzione di perfezione, di fatto premia non in base alla giustizia, ma solo in base alla bravura dei propri avvocati; un qualunque comune cittadino che fosse in causa con un potente sarebbe spacciato, così come un qualunque potente (se non ha contro avversari più potenti di lui!) può essere scagionato da ogni crimine, negando ogni evidenza, solo per qualche cavillo.
5) Stesso discorso per la sanità. Nonostante l’impegno di Obama, essere molto ricchi offre una possibilità sanitaria immensamente superiore a quella che ha chi vive nel ghetto di una grande città.
6) Medesimo discorso per la costosissima istruzione che premia chi può permettersi i migliori studi che poi aprono le migliori opportunità di lavoro.
Il mio apprezzamento per gli USA è andato scemando man mano che aumentava la consapevolezza dei punti sopraccitati; senza arrivare alle forme di non giustificabile odio che hanno caratterizzato alcune formazioni politiche del mondo occidentale, oggi considero gli USA una democrazia imperfetta e quindi non andrei mai a vivere in quel Paese.
Il teorema della democrazia del benessere

Il paragrafo soprastante e i suoi ultimi tre punti aiutano a capire quale sia il fattore che discrimina la democrazia del benessere da una generica democrazia occidentale; per realizzare una democrazia del benessere è importante capire che:
non c’è democrazia senza una limitazione al profitto individuale.

Negli Stati Uniti (ma ovviamente anche in molti Paesi che li hanno scimmiottati, come l’Italia) la corsa alle enormi ricchezze individuali è responsabile di come, nel sistema, legge, politica, sanità e istruzione siano profondamente inique, senza una reale uguaglianza fra i cittadini.
Il cosiddetto sogno americano è la “droga” con cui sono stati anestetizzati i comuni cittadini, una specie di grande lotteria che non ha che lo scopo di giustificare le ingiustizie del sistema: siccome tutti possono arrivare in cima, il sistema è equo. Di fatto, sarebbe come se in Italia un governo dicesse ai disoccupati di giocare al Superenalotto sperando di cambiare la loro vita. Che il sogno americano non sia che un enorme condizionamento sociale è rappresentato dal fatto che molti americani si ammazzano di lavoro per poter mandare in prestigiose scuole i loro figli, sperando che questi abbiano una vita migliore dei loro genitori; si ammazzano di lavoro anziché contestare il sistema!
Un esempio pratico: i Paesi scandinavi

Per chi ritesse utopistico quanto appena affermato, si consideri per esempio la Svezia (abbiamo già visto che la Norvegia è la nazione più “democratica”). In Svezia già chi guadagna più di circa 65.000 euro ha una pressione fiscale del 67%. La Svezia è il Paese al mondo dove la ricchezza è più distribuita (indice di Gini di 0,25, circa la metà di quello degli Stati Uniti!), cioè tutti stanno mediamente bene, non ci sono gli estremi (tanti ricchi e tanti poveri) che si possono trovare in Italia (indice di Gini pari a 0,36), perché semplicemente non conviene guadagnare troppo.
Le tasse servono per avere servizi di eccellenza e i soldi ritornano ai cittadini con gli interessi: per esempio si pensi in Italia quanto costa la scuola tra tasse scolastiche e libri. L’obiezione più comune a questi dati è che in Italia i servizi non sono paragonabili a quelli svedesi per cui la gente mal sopporterebbe le tasse, vedendole come un furto e quindi autogiustificandosi a evaderle. In realtà chi ha un minimo di morale non trova giustificazioni (alibi). Se si è poveri, ma dignitosi, non si cerca di rubare per essere come gli altri (l’evasore non evade mai per fame, ma per “avere di più”). Anche se i servizi non funzionano come in Svezia, non si possono concepire le tasse come un furto: parliamoci chiaro, in Italia i servizi non funzionano come in Svezia, ma nemmeno come nel Mali o nel Gabon, si possono ritenere le tasse alte per i servizi che si hanno, ma ciò non ci giustifica a rubare (evadere).La giustificazione teorica

Da un punto di vista teorico, la giustificazione del teorema è data dalla curva RQ della ricchezza individuale: il superamento di un certo limite di ricchezza porta con sé un decremento della qualità della vita, per cui chi continua oltre questo limite o è un apparente o è un romantico (la cui idea dominante è il lavoro); socialmente in entrambi i casi, superato il limite di profitto, dovrebbero lavorare gratis!
Provate a focalizzare un incontro di industriali o di banchieri; la maggior parte di essi in abiti grigi, cravatta scura e camicia bianca (le poche eccezioni in maglione rigorosamente scuro): è lo stesso vestito con cui verranno messi (nonostante i loro soldi) nella bara! Non penso che si siano goduti granché la vita, certo non più di quanto se la possa godere ognuno di noi. Hanno sprecato una condizione facilitante (ricchezza) continuando ad arricchirsi, superando il limite e trasformandola in condizione penalizzante. Ovviamente, se qualche lettore pensa che comunque converrebbe essere al loro posto, gli suggerisco di riflettere su cosa ha sbagliato nella sua vita e soprattutto di liberarsi dei condizionamenti su ricchezza e successo.
Per il Well-being solo una personalità non equilibrata può essere così folle da continuare la corsa verso il massimo profitto senza accorgersi che la sua qualità della vita decresce. La limitazione del profitto frena cioè l’avidità del singolo, svolge una funzione di moralizzazione sociale, portando i cittadini verso una semplicità di vita che, continuando a vedere la ricchezza come condizione facilitante, non li rende schiavi di essa. La democrazia del benessere diventa la cura contro le avidità individuali e come talela democrazia del benessere è la forma più alta di democrazia.

In termini pratici, nella società è del tutto plausibile che il singolo possieda un grande capitale, frutto di generazioni, di convergenze familiari ecc. Quello che non è plausibile è che il singolo cerchi di incrementare all’infinito (senza limite) tale ricchezza perché così facendo parassita la società: in altri termini, l’accettazione della società (cioè il farvi parte) deve portare come vincolo il fatto che, oltre il limite di profitto, tutto deve andare non al singolo, ma alla società.
Per le imprese tale limite non esiste: in quanto fornitrici di lavoro, svolgono una funzione sociale che giustifica ogni profitto ottenuto in modo legale; ma quando questo profitto passa ai singoli ecco che scatta il limite sociale.
Dovrebbe essere chiaro che la democrazia del benessere non demonizza i ricchi e la ricchezza.
Il Well-being fa una distinzione fra ricchi e plutomani; i primi detengono un capitale sopra alla media della popolazione e sono eticamente compatibili con la democrazia del benessere; i secondi cercano invece l’incremento illimitato del profitto (paradossalmente potrebbero essere meno ricchi di molti ricchi); così, senza limitazione ai plutomani, la democrazia tende a trasformarsi in plutocrazia (per esempio la democrazia americana ha un alto tasso di plutocrazia). La plutocrazia è spesso definita come “governo dei ricchi” (dal greco πλουτοκρατία, “πλούτος“, ricchezza, e κρατείν “krateìn” potere); in realtà, dovrebbe essere definita al negativo come “non governo dei poveri”, esprimendo l’handicap sociale di chi ricco non è.Capitalismo e marxismo

marxismoPremesso che il termine capitalismo ha molte accezioni, spesso niente affatto equivalenti, la democrazia del benessere può grossolanamente ritenersi un superamento sia del capitalismo sia del marxismo (o delle socialdemocrazie non rivoluzionarie), anzi una sintesi moderna di queste ideologie.
Il marxismo – Di fatto, il marxismo, con la negazione della proprietà privata dei mezzi di produzione, si è sempre mosso in un’atmosfera di utopia: in oltre un secolo non è mai riuscito a essere concretizzato in un regime democratico, tant’è che le molte dittature comuniste sono state spesso rinnegate dai “veri” marxisti. Perché utopia? Il primo motivo è semplicemente storico: la classe del proletariato si è sempre più contratta tant’è che nei Paesi occidentali i partiti “puramente” marxisti non hanno mai raccolto più del 5-10% dei voti: ovvio che una società a misura di una classe minoritaria, per di più debole, sia, oltre che ingiusta, utopistica. Il secondo motivo è che Marx non ha sufficientemente indagato l’aspetto psicologico alla base del capitalismo e cioè l’avidità umana (di personalità violente e/o apparenti): solo mostrando che l’avidità è contraria al benessere individuale (in altri termini, che la ricchezza oltre certi limiti è negativa) si può pensare che il singolo sia pronto “spontaneamente” (e non sotto la costrizione di una dittatura) a vivere in una società dove sia abolita la proprietà dei mezzi di produzione. Paradossalmente la democrazia del benessere diventa la condizione necessaria, un passo intermedio, per chi vuole muoversi verso una società marxista.
Le democrazie occidentali – Possiamo dividerle in due insiemi teorici: quelle che seguono il modello americano (come l’Italia) e quelle che seguono il modello scandinavo (a metà strada ne esistono altre come Francia o Germania). Circa le prime, valgono le critiche espresse alla democrazia americana. Circa le seconde, potrebbe sembrare che la democrazia del benessere sia abbastanza vicina alle socialdemocrazie scandinave; non a caso molti di questi Paesi (e la Germania) sono o sono stati governati da governi socialdemocratici. Tuttavia in questi Paesi si sono alternati anche governi non socialdemocratici, a riprova del fatto che la socialdemocrazia non aveva colto il punto di sintesi fra destra e sinistra, fra capitalismo e marxismo. Nei Paesi scandinavi è semplicemente maggiore la percentuale di persone che ha capito a livello individuale che “la ricchezza non è tutto”: ciò si traduce in qualcosa che si avvicina alla democrazia del benessere (maggiore attenzione alla qualità della vita, all’ambiente ecc.). La principale differenza è che nel modello scandinavo il limite sociale di profitto (corrispondente all’aliquota massima) è troppo bassocon il risultato che, a fronte di servizi eccellenti, è impossibile per i più bravi aumentare significativamente la propria ricchezza in funzione di un benessere duraturo e quindi si attua un baratto fra servizi e lavoro (per gran parte della propria vita) che non è certo ottimale.
Il limite di profitto

Senza una valutazione quantitativa del limite di profitto ogni discorso sulla democrazia del benessere rischia di essere fumoso.
Convenzionalmente, data una società, il Well-being fissa tale limite (limite sociale di profitto) come
il profitto individuale realizzato da meno dell’1 per mille della popolazione.

Ricchi sì, ma non enormemente ricchi (tali da avere un enorme potere di controllo sulle istituzioni democratiche). Così in Italia il limite potrebbe essere di 500.000 euro annui* (il profitto usa l’anno come unità di tempo) mentre negli USA può essere di qualche milione di dollari. Infatti, fra l’altro, l’LSP indica il livello di ricchezza di una nazione.
Curioso il fatto che nei vari rapporti passi sempre inosservata la posizione dei plutomani; per esempio, nel rapporto ISTAT 2010 non si trova il valore corrispondente a un decimo del primo percentile (cioè il valore superato da un contribuente su mille), nel grafico indicato si evidenzia che meno dell’1% della popolazione ha un reddito superiore a 100.000 euro, ma la curva finisce lì.Realizzazione della democrazia del benessere

Quali sono i passi per realizzare una vera democrazia del benessere?
A livello individuale è importante che i cittadini capiscano e facciano capire, con il loro impegno sociale, a chi è loro vicino, che essere plutomani non conviene, cioè non è intelligente, mentre essere ricchi sì. Nei Paesi europei più evoluti la percentuale della popolazione che ha questa consapevolezza è decisamente consistente, certo non la maggioranza, ma consistente; in altri, come l’Italia, probabilmente non più del 10% della popolazione ha questa consapevolezza, tanto è vero che l’attuale Presidente del Consiglio è un plutomane e che molte persone che non arrivano alla fine del mese sono felici che la loro squadra del cuore sborsi milioni di euro al supercampione.
A livello politico è necessario che l’azione si orienti al BIL e che i politici cessino di essere schiavi dei plutomani, forti del fatto che in democrazia il voto di un plutomane equivale a quello di un poveraccio!
I tempi di attuazione dipendono dal punto di partenza della nazione; se pensiamo che i primi governi comunisti si sono attuati quasi un secolo dopo la morte di Marx, si può ben capire che un’ideologia che sensibilizza solo una parte minoritaria della popolazione avrà un tempo di attuazione di decenni. L’importante è capire che il tutto avviene per gradi, non c’è quella discontinuità tipica delle rivoluzioni.
Probabilmente alcuni Paesi sono già molto vicini a una democrazia del benessere mentre per l’Italia ci vorranno anni, ma il futuro è questo.
L’evasione fiscale

evasione fiscaleLa democrazia del benessere può essere attuata solo fissando il limite al profitto e tale limite non si può che fissare fiscalmente.
Partiamo definendo la figura dell’evasore fiscale. I condizionamenti della plutocrazia lo dipingono come l’idraulico che lavora in nero o come il medico che non dà la ricevuta. Se va bene, un modesto idraulico fa circa 30.000 euro l’anno di lavoro in nero e un medico, anche se affermato, può non rilasciare ricevute per, diciamo, 100.000 euro circa. Gli studi di settore però “obbligano” ormai il contribuente a dichiarare un certo reddito in funzione di molti parametri della sua attività; addirittura capita che alcuni contribuenti debbano gonfiare i loro redditi per risultare “congrui e coerenti” e non risultare sospetti agli occhi del fisco: preferiscono pagare più tasse di quanto realmente dovuto pur di evitare fastidiosi controlli.
Supponiamo che, nonostante gli studi di settore, il nostro idraulico riesca a evadere 15.000 euro di imponibile e che il nostro medico arrivi a 50.000 euro.
Attualmente le aliquote sono cinque: fino a 15.000 euro 23%, 15-28.000 euro 27%, 28-55.000 37%, 55-75.000 41%, oltre i 75.000 43%. Questi dati sono alla base dell’attuale plutocrazia.
Si suppongano le seguenti aliquote:

  • Fino a 30.000 euro: 20%
  • Da 30.001 a 100.000 euro: 30%
  • Da 100.001 a 250.000 euro: 40%
  • Da 250.001 a 500.000 euro: 50%
  • Oltre i 500.000 euro: 90%.

Tranne l’ultima, le percentuali sono solo indicative e andrebbero tarate opportunamente.
NOTA – La riforma fiscale deve avvenire per gradi (per evitare di dare un appiglio a chi temi sfaceli economici), la rivoluzione della democrazia del benessere è una rivoluzione generazionale. ci vuole una riforma fiscale che, per redditi sopra l’LSP (convenzionalmente fissato in 500.000 euro), faccia passare l’aliquota massima da quella attuale al 90% nel giro di una generazione (per esempio con incrementi del 2% all’anno).
Tornando ai nostri esempi, oggi l’idraulico evaderebbe circa 5-6.000 euro, mentre il medico circa 20.000. Secondo il condizionamento plutocratico della nostra società, sono criminali.
Bene, consideriamo un plutomane con 1.000.000 di euro l’anno; versa circa 400.000 euro e se ne tiene 600.000. Secondo le aliquote che fissano un limite al profitto dovrebbe versarne 637.000 cioè ne risparmia ben 237.000, molto, molto di più di quanto evadono l’idraulico e il medico. Non può essere definito criminale perché lui rispetta la legge, ma è una legge fatta ad hoc per la sua situazione (e molti potrebbero definirlo parassita).
Possibile che 999 persone su 1.000 accettino l’attuale scaletta fiscale e non si rendano conto che il benessere sociale si ha solo secondo la seconda scaletta? Forse alcuni sognano di diventare quell’uno su mille che si comprerà lo yacht, ma penso che si possa parlare di stupidità sociale se non si rendono conto dell’assurdo attuale regime fiscale. La prima cosa che un elettore dovrebbe fare è
non votare politici che non si impegnano a limitare i profitti in modo chiaro e “matematico”.

Perché, di fatto, fanno solo gli interessi di un cittadino su mille.
Come esempio citiamo i molti politici della sinistra democratica che si sono sempre espressi contro i grandi capitali (ecco l’errore, il problema è il profitto illimitato), senza che cambiasse nulla circa i plutomani quando i loro partiti erano al potere.
Ovviamente il passaggio da una democrazia imperfetta alla democrazia perfetta si potrà fare con una graduale revisione del prelievo fiscale, ma, senza aver presente il punto d’arrivo, non ci potrà essere nessuna rivoluzione democratica.
Le obiezioni alla democrazia del benessere

Il manifesto per la diffusione della democrazia del benessere

* Secondo una stima di Merrill Lynch, in Italia nel 2010 ci sarebbero 170.000 soggetti con un patrimonio che supera il milione di euro, mentre, circa i redditi alti, ho trovato solo questo giochino che ci dice che lo 0,18% dei contribuenti dichiara più di 200.000 euro. Considerando che le dichiarazioni tendono a essere più “leggere” della realtà, l’informazione che “un contribuente su 1.000 (0,1%) guadagna più di 500.000 euro” appare realistica.


I COMMENTI

Discesa in campo?

Perché non fondi il partito WBD e ti presenti alle prossime elezioni politiche, ma anche locali per far conoscere a una più larga platea le tue ottime idee che ho letto nel sito? In questo particolare momento di grave sfiducia nella politica e soprattutto nella sua “casta”, penso che le tue idee potrebbero raccogliere negli italiani molti più consensi di quanto tu possa immaginare… Anche se le tue idee possono essere avanti di decenni rispetto alla cultura media italiana. Sarebbe, comunque, un ottimo modo per estendere la conoscenza delle idee della Well-Being Democracy.
Un cordiale saluto e complimenti per tutto quanto stai facendo. In Italia abbiamo un disperato bisogno di persone come te!!!

Ringrazio l’amico del sito (e gli amici che mi hanno fatto richieste analoghe), ma devo declinare.

i vecchi ronzini...Primo punto: non sono un politico, ma un ideologo. Per essere realizzata una buona idea richiede una capacità politica che io penso di non avere perché non ho le motivazioni necessarie. Concordo con Renzi sia sul fatto che il politico deve essere giovane sia su quello che fare politica è un mestiere che si può fare per dieci o venti anni, ma non per tutta la vita. Se avessi 30 anni, potrei fare il politico come lavoro, come ho fatto il venditore di computer. Ci metterei il 110% delle mie energie e, con ogni onestà, porterei avanti le mie idee, avendone anche un riscontro economico (per esempio avrei scritto libri di politica invece che di corsa!). Ritengo infatti risibile chi pretende che i politici salvino la società e poi abbiano stipendi “normali”, che siano dei santi che salvano il Paese e si accontentino di prendere meno del 10% di quello che prende un manager di una grande azienda. Oggi sono soddisfattissimo della mia vita e racconto alla gente che si devono coltivare i propri oggetti d’amore. E dovrei sopprimerli perché la politica mi porterebbe via troppo tempo? Un’evidente contraddizione.

Il secondo punto è che sono realista. Nonostante pensi che il concetto della democrazia del benessere possa essere accettato almeno dall’80% della popolazione dopo una minima riflessione, appena scendi in politica tutti incominciano a pensare che lo fai per un secondo fine e i consensi calano, uccisi dai sospetti. Basta guardare i fan della pagina Facebookdella WBD rispetto a quelli di albanesi.it. A molta gente la politica non interessa, anche se poi si lamentano sempre; altri vogliono un riscontro immediato, cioè pensano solo al loro tornaconto e non alla società; altri infine non abbandonerebbero mai i loro cavalli, o meglio i loro ronzini, i vecchi partiti.
La WBD può crescere tramite il lento passaparola fino a interessare qualche politico che è già nel giro. Come ho detto, non avrei difficoltà ad appoggiare un qualunque politico che sostenesse apertamente la WBD, semplicemente perché dimostrerebbe un coraggio che tanti suoi colleghi non hanno.

La musica è sempre la stessa: Ricchi & Poveri!

In Italia il reddito dello 0,1% più ricco tra il 1993 e il 2004 è cresciuto del 40% e quello dello 0,01% più ricco del 75%; la crescita di queste quote così ristrette di super-ricchi è avvenuta senza comparabili cambiamenti nella quota di reddito affluita al 10% più ricco della popolazione.
In sostanza solo i super-ricchi si arricchiscono!
La mia impressione è che questo ulteriore arricchimento derivi da redditi da profitto e non da capitale; un grande capitale si può mantenere, ma per accrescerlo occorre investirci molto e quindi è necessario avere profitti annui molto alti. In parole povere, i plutomani si arricchiscono ancora di più, i ricchi (e i poveri) restano tali!
Pochi hanno notato l’assurdità con cui almeno il 30% delle forze politiche si è opposto (in un verso o nell’altro) al contributo di solidarietà. Dal punto di vista della democrazia del benessere tale contributo dovrebbe essere automaticamente vicino al 100% (tipo il 90%) per redditi che superano il limite di profitto, quindi ha senso discutere dell’importo oltre cui scatta, non se sia equo o meno!
La cosa curiosa (per non dire assurda) è che i politici contrari fanno l’interesse di meno dell’1% della popolazione contro il restante 99%, cosa questa che francamente appare poco democratica.

Un contributo

Le soluzioni di politica economica portate avanti negli ultimi decenni dai vari Stati volte a cercare di risolvere i problemi e migliorare il benessere attraverso un approccio volto ad aumentare la complessità del sistema, che ormai nessuno è più in grado di governare, hanno portato a una crisi di grave entità che oggi tutti noi viviamo.
La Democrazia del Benessere invece va in completa controtendenza portando una soluzione semplice e che colpisce direttamente la causa primaria del problema: l’eccessiva “avidità” delle persone.
È proprio per questa semplicità di approccio che sicuramente funzionerebbe. Se pensiamo ai problemi odierni, ci rendiamo conto che negli ultimi anni si è creata ricchezza (attraverso appunto sistemi complessi) che nella realtà non esiste; il tutto per appagare quel senso di avidità…. Con la democrazia del Benessere non ci sarebbero stati neanche i presupposti perché si creasse una tal situazione.
In passato, per esempio, un eccesso d’ira (delitto d’onore) era tollerato anzi quasi divinizzato nello stesso modo in cui oggi viene divinizzata l’avidità (plutomania)
Dovendo schematizzare il progresso che c’è stato direi:
Alfabetizzazione <-> Democrazia
Presa di coscienza del reale Benessere (inteso come qualità della vita) <-> Democrazia del Benessere
I due punti sono a doppio senso perché mi sembra essere davanti alla questione dell’uovo e della gallina (Marco Zadra)

Analisi ineccepibile. Occorre agire su due fronti:
a) gradualità della riduzione pratica della plutocrazia (vedasi la riforma fiscale graduale del manifesto della democrazia del benessere);
b) riduzione etica della plutocrazia. Come oggi il delitto d’onore ai più sembra barbarie, deve accadere che anche accumulare profitti illimitati diventi una forma di “crimine sociale”.

NuovaCoscienza
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Una risposta a DEMOCRAZIA DEL BEN-ESSERE

  1. Nice color choice on the blog. It is really easy on my eyes and I have bad eyes too so that’s a really big compliment lol

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