COME SI FORMANO I RICORDI?

Pensiamo ad un animale che percepisce vento e rumori insoliti al crepuscolo, e fugge. Non ci sono pericoli evidenti, ma in passato questi stessi eventi si sono associati alla comparsa di un leone: nella memoria esiste tra essi una connessione, anche se non c’è alcuna causalità. È quello che Edelman definisce un “presente ricordato”, che si attiva allo scopo di preservare l’animale. Succede anche agli uomini.

I ricordi però non sono duplicazioni dell’evento originale accumulati in ogni dettaglio, ma sono replicazioni. Ogni volta che ricordiamo qualcosa non ne abbiamo una esatta riproduzione bensì una interpretazione, una versione nuovamente ricostruita  nell’originale. Quindi la memoria è un processo continuo: quando un oggetto è rivisto, il pattern neuronale manda sprazzi di memoria attraverso il cervello. Pertanto i ricordi emergono da labirinti sempre in moto di formazioni neuronali e connessioni sinaptiche.

Per spiegare meglio il concetto possiamo riprendere un esempio dello stesso Edelman.

Immaginiamo un ghiacciaio che si sciolga e ricongeli col variare delle stagioni. Quando la temperatura s’innalza si formano alcuni rivoli che confluiscono in un torrente ed il torrente in un laghetto. Il laghetto è il nostro ricordo. La temperatura si abbassa, alcuni rivoli si congelano; poi si innalza ancora e nuovi rivoli si formano, rivoli che potranno o meno confluire con i primi. Alla fine, ci sarà lo stesso laghetto, diversamente alimentato e magari se ne formerà un secondo che potrà associarsi al primo.

Questa era già una supposizione di Freud quando aveva sviluppato il concetto di Nachträglichkeit. Già nel Progetto, infatti, sottolineava che il sintomo si svolge in due tempi: il primo tempo riguarda l’evento di seduzione, il secondo ne dispiega l’effetto traumatico; e, successivamente, in una Lettera a Fliess (6 dicembre 1896), aggiungeva che le tracce mnestiche sono, per esigenze di difesa, sottoposte continuamente a riscrittura.

Modell, recuperando il concetto di Freud e gli studi di Edelman, ha evidenziato come la memoria sia, allora, la ricategorizzazione costruttiva di un’esperienza in corso: sono i cambiamenti dinamici del cervello a creare un ricordo; in esso non ci sono ricordi specifici, ma solo mezzi per riorganizzare impressioni passate: non immagini, insomma, ma procedure per ricostruire i ricordi.

Quando un’esperienza è disturbante, ma non devastante sarà possibile superarla solo associandola ad altri ricordi, viene modellata, edulcorata, perde quel peso specifico che aveva nel momento, e così diverrà guida per le azioni future (apprendere dall’esperienza): quando insomma ipotalamo, ippocampo e corteccia prefrontale possono lavorare armonicamente, sostenuti dalle giuste quantità di cortisolo.

Ma se questo non è possibile, il normale processo di ritrascrizione si blocca e si diviene schiavi del presente ricordato.

Ecco perché possiamo dire, con LeDoux, che la patologia non dipende tanto dalla perdita di una funzione, quanto dall’incapacità di mantenere i legami tra aree cerebrali diverse.

tratto da: http://www.posturalmente.it

Dott.ssa Mariangela Villa

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